Ogni tanto scrivo

La vita è questione di cuore e semantica.

La triste e romantica storia della mia penna mujii, il mio primo 30 e lode e un karma davvero infausto.

Ad aprile a Roma alle 21:00 in punto, tirai fuori l’artiglieria. Dovevo scrivere una lettera d’amore e le lettere d’amore vanno scritte a mano. Non ne scrivevo una, vado a memoria dal 2019 e non ne scrissi più  dopo il 26 aprile. 

Questa lettera non arrivò mai al destinatario, ma la conservo ancora. 

La portavo in borsa, in una cartellina rossa, comprata appositamente per il suo colore. Ritenevo che il suo contenuto avesse valenza massima e che la scelta del medesimo colore dell’agenda di Paolo Borsellino, le rendesse giustizia.

La mettevo in borsa quando sapevo che l’avrei probabilmente visto, sperando nel miracoloso avvento di un coraggio che non arrivò mai, nonostante nella lettera millantavo che il coraggio lo avrei trovato dopo poche ore. Sono passati secoli (così sembra) e questa cartellina la tengo ancora tra le mani.

In quelle parole c’era la rivoluzionaria forza di verità scomode che mi riguardano, forse superfluo aggiungere che la più scomoda riguardava i sentimenti che iniziavo a provare per lui.

Decine di pagine, forse in nemmeno un terzo decantavano odi alla sua bellezza, e a quello che nella mia mente conturbante ci univa nei sentimenti.

 Ed è per questo che la chiamo lettera d’amore, perché la maggior parte delle cose che scrissi a quel ragazzo, riguardavano me, la mia vita nella sua bellezza e nella sua zona d’ ombra. Della serie… “semmai ci fosse possibilità alcuna è giusto che tu sappia”. Solo per sincera ammissione di una storia di vita densa, che in una auspicabile ma improbabile relazione, era di fondamentale importanza. Volevo gettare basi sane. E così virtuosamente (che nei rapporti umani dovrebbe tramutare in “normalmente”) fui onesta in fiumi di caratteri.

D’altronde ad oggi sono una donna più che completa, che di amore ha solo voglia e non bisogno, quindi se mai l’avesse letta quella lettera, il ventaglio delle emozioni era pressoché infinito e imprevedibile, ma mancava la “pena” tra le sue possibili risposte emotive. 

Inizio a pensare che era amore vero sfogliandola dopo un po’. Amore per un’idea probabilmente, ma comunque amore . Da cosa lo evinco? Da queste parole, le mie, prive di qualsivoglia alterazione di coscienza: 

“Erano decenni (anzi 8 mesi) che non mi divertivo così tanto di venerdì sera. Mi hai fatto fare un after che nemmeno all’ XM24 e nel frattempo ho mangiato un dolce […] tu mi incasini il disturbo ossessivo compulsivo (più romantica di così) che è l’unico che ho, ma nessuno se ne accorge! […] e penso che ho mangiato un dolce senza pensarci e soprattutto senza sensi di colpa! E te lo dico perché questa cosa mi fa stare bene e tu non c’entri nulla. Mai nessuno oltre me, può avere questo potere o peggio questa responsabilità.” 

Queste parole iniziai a scriverle un venerdì alle 21:00 e terminai i Veda il sabato mattina alle 10:02 ed iniziai a Roma e a Roma conclusi, anche se ci fu il reale rischio di finire di scrivere a Napoli. 

Il vero romanticismo è racchiuso nella fine che fece quella penna, ma la fine, lasciamola alla fine. 

Tutto ciò che mi riguarda in questa storia mai nata e che riguarda il mal capitato, che è capitato anche bene, perché corteggiato come andrebbe fatto o almeno come io vorrei fosse fatto a me (per dirla in termini più che cristiani) è romantico e buffo. Anche se ci conosciamo poco si vede che ad entrambi piace ridere e che su questo ci saremmo ben assortiti.

Sono una minimalista di quelle nazi da farti uscire di testa. E capirete bene che nonostante io abbia una passione, quasi un hobby per i prodotti di cancelleria, scrivere molte pagine con la penna priva di ricariche fu impossibile. In quelle 13 ore ho fatto i numeri da circo per reperire penne, considerando che l’orario era più che notturno. Ho toccato il fondo arrivando ad usare una penna blu, non potevo fermarmi. E allora scrivevo:

“ Ok, sono le 06:25 e io sono al bar, come puoi vedere ci sono problemi con le penne! Giusto a Biagio Antonacci può venire in mente di scrivere le poesie a Iris con la penna blu, anzi misà che era lei che le scriveva (bestia di Satana!).”

In prima serata invece mi rileggo più romantica e dichiaro apertamente i fiumi di lacrime che quelle parole scandivano, meno impaurita rispetto all’alba, quando si avvicinava il momento in cui avrei dovuto consegnargli la reliquia, tutt’ora nell’ostensorio della mia stanza. E continuai:

 “Quando io e lui abbiamo iniziato a parlare di futuro, io ho sentito il bisogno di averti come amico nella mia vita, in qualche modo dovevi esserci anche se mi ero innamorata veramente […] richiesta di amicizia che non hai mai accettato […] disperata perché sento di averti perso anche se non siamo stati nulla […] Probabilmente mi riconfermerai che l’umanità non è finita con le tue parole, ma che per te è diverso e mi si spezzerà il cuore.”

E gli ho raccontato della mia voglia di babà quando passeggiavo per le strade dissestate dell’ Havana e gli ho raccontato le mie idee rispetto gli studi psicologici ed antropologici sui reality, gli ho raccontato del mio interesse per le reliquie che va molto oltre quella che tengo sulle ginocchia. 

Ma ad un certo punto la stilistica muta, si fa più semplice. In realtà la peculiarità di questa lettera d’amore è che non c’è ricercatezza o consacrazione della parola. Volevo fosse intima, intima perché semplice e con “romanticismo poco intelligente” gli scrivevo tenerezze.

“ E io dalla vita e dall’amore voglio il massimo, perché più del massimo non c’è nulla (gli ho anche disegnato un cuoricino) […] è giusto, è sano? Non lo so, è così e basta! […] e amo il fatto che non hai bisogno di eccessi per divertirti, amo che sorridi e ridi e so quanto può essere difficile per chi ha una sensibilità come la tua, come la mia e amo il fatto che mi hai sopportata a tratti subita! Amo me in relazione a te, sto singhiozzando, ma ne è valsa la pena”.

La lettera divenuta diario di cinque mesi di pensieri, è scandita dalle annotazioni degli orari, da ciò che mi accadeva attorno e dai miei stati emotivi. Gli scrivevo quando piangevo e il perché dei miei pianti. Nella maggior parte dei casi piangevo di commozione, negl’ altri paura di non essere corrisposta. E non c’era orgoglio o vanità per cui non volevo essere rifiutata, semplicemente percepivo come terrifica l’idea di non vederlo più e non parlare più con lui. 

E alla fine è successo lo stesso, senza dramma, litigio o un rifiuto manifesto, è successo e basta e mi manca e mi manca con il peso di questa lettera che è sulle mie ginocchia, invece che nella sua stanza.

Da studentessa di antropologia odio la spiritualità da bancarella ed ogni degenerazione new age. Ma credo in un universo che poggia su un telos cosmico ordinato, per cui abbandonate le adolescenziali suggestioni sul destino e l’anima gemella, mi sono data allo studio della scienza e perché no anche del dharma. 

E da donna che non ha fede, perché in Dio non ha bisogno di credere, dato che ne fa esperienza diretta, chino il capo di fronte ad un ordine più grande delle cose, che non va di certo tradotto in l’immobilismo o determinismo assoluto. 

E succede una cosa e questa cosa succede da una vita. A voi giudicare se la causa va imputata a Dio o al mio DOC. La mia penna…

Ogni volta che ci sono questioni importanti della serie “di vita o di morte” e quella di cui scrivo è una di quelle, sono solita fare dei voti. Voti più o meno piccoli, in questo caso era la mia  penna mujii, quindi parliamo di un voto che scotta. Il rito è semplice e si svolge sempre così: io non chiedo all’universo esito positivo, chiedo una possibilità, poi sono io che me la devo cavare e se l’universo me la concede a prescindere da come mi vadano le cose, io dono qualcosa di più o meno importante a seconda dell’importanza della possibilità richiesta. Lui importante lo era, ad oggi difficile dire se valeva la mia penna.Le cose si svolsero esattamente così e gliene parlai nella lettera:

“Ripeto questo gesto scaramantico ma devo alzare l’asticella perché questa situazione è “disperata” […] sto guardando la mia cazzo di penna mujii è finita e questa penna ha scritto molto e l’ho comprata con Virginia in un giorno felice in centro a Bologna e la cosa più bella che associavo a questa penna è stata indubbiamente il mio primo trenta e lode, in storia delle religioni […] pensavo che aveva compiuto il suo più grande prodigio(e da quando ho quella penna la mia media si è alzata parecchio) mi sbagliavo il più grande prodigio è questo […] sono le 9:19 e una cosa è certa oggi io non vado da nessuna parte, magari domani o tra qualche giorno, quando il mondo esplode perché mi hai spezzato il cuore e Napoli mi calma o se il mondo esplode davvero perché ci vediamo fuori da quella stanza […] sto facendo un voto serio […] se ti vedo in un’altra circostanza questa penna è tua […] la lascio qui immobile finché non succede il miracolo […] Quel trenta e lode impallidisce davanti a te”.

Proprio così ero persa, andata completamente.

“E ti ho detto che il mondo esplode, che mi si spezza il cuore, tieni presente che in questo momento tu sei importante per me, molto, ma non hai potere o responsabilità di sorta e se nei prossimi giorni riderò o piangerò sarà per qualcuno importante che lo merita […] e a me delle favole non me ne frega un cazzo e nemmeno delle tragedie, a me piacciono le cose vere […] e le mie, ho capito solo ora, saranno in ogni caso lacrime di gioia e la regola è sempre quella che se ti voglio bene voglio che tu sia felice”.

Gli scenari potevano essere molteplici, io ho fatto la scelta di non fare e quando volevo dichiararmi per dirlo “all’antica” (sono molto tradizionalista nei love affair) succede qualcosa. Ed è incredibile perché non è mai successo nulla, cioè io lo corteggiavo in maniera dantesca negli intenti e demenziale nelle azioni, ma lui non faceva assolutamente nulla oltre sopportarmi con pazienza. 

E poi scrivo questa lettera, lui completamente ignaro, ovviamente…

E la ruota del dharma si mette in moto, come si fosse appena tenuto il discorso al parco delle gazzelle.

Ed è così che dopo mesi di corteggiamento, quel rampollo palesa neanche troppo velatamente, forse giocosamente una pulsione , esclusivamente fisica nei miei confronti. 

Solo semantica e niente cuore. Il mio di cuore però, si è spezzato davvero.

Per 13 anni ho fatto sesso senza amore, la chiamavo libertà, invece era dipendenza e bisogno di accettazione. A questa veneranda età lungi da me escludere avventure oggi o domani, prima che io possa innamorarmi ancora. Ma l’avventura non la vivo e non la creo con qualcuno che mi piace per davvero, nella morte di non poter creare un’ulteriore intimità. Però fui tentata, la sincerità ci vuole anche in questo, lo sono ancora… 

Lui è davvero bello e soprattutto la sorpresa di quella semantica, la sua, mi accese forte, ma il cuore rotto gelò il mio corpo caldo.

L’ordine cosmico come il mio disturbo ossessivo compulsivo stavano venendo meno. Tempi sbagliati, cose, persone sbagliate… Che quasi abbracciai la teoria del caos.

E come vi dicevo dopo mesi di violini e rose e dall’altra parte gentile ed educata indifferenza, pregna di imbarazzo virile per la mia estroversione. Quel ragazzo bellissimo faceva silenzio e mai azione alcuna nei miei confronti. Mentre la penna era in fermentazione esattamente sopra l’ultima edizione dei “i principi di neuroscienze” di Kandel, io di fatto non stavo rispettando la corretta pratica rituale, perché la possibilità mi sarebbe eventualmente stata data solo avendo avuto il coraggio di consegnargli il Talmud. ma non passò nemmeno una settimana (credo) che gli era venuta voglia di fare il cretino.Ho meditato un po’ sul da farsi e ho comunque espresso una gratitudine immensa, per quel segnale seppur minimo che poco aveva a che fare con lui. 

Ogni volta che vedo il divino collassare nella vita umana ringrazio, perché è sempre una sensazione piacevole, un senso di appartenenza universale che mi pervade per cui non posso che essere felice.

Non credo alle coincidenze, credo alle sincronicità e quando sono particolarmente romantica alla serendipidità. Ma qui c’era poco da essere romantici, lui voleva scopare e io volevo viverlo. 

Così dopo un po’ di riflessione decisi che quella penna gliel’avrei donata lo stesso, perché l’universo si era mosso per me e l’esito meraviglioso non fu quello che mi auspicai, ma si esaudì comunque nell’ ennesima ammissione e nel riconoscimento che l’universo ha un’anima. 

E così feci, gliela donai e vederlo abbastanza indifferente, ammetto che mi fece un po’ male. Ma poi mi dissi che avevo fatto la cosa giusta, che era comunque un bel gesto e che alla fine se ad una persona gli regali una penna usata è già tanto che non te la restituisce con tanto di risata sospettosa, rispetto la tua sanità mentale.

Rispetto le sue presunte avances, ho fatto finta di nulla in modo ridicolo, aggiungo volutamente ridicolo, peccato abbia perso l’accesso anche su quel social, avrei certamente riso leggendo la sua risposta. Sarebbe stato bello e divertente scrivere anche di questo ma non lo farò. Tuttavia in quella circostanza mi sono premurata di palesargli i miei gusti in fatto di underwear. Doveva pur sapere che prima di essere nudi insieme l’unica cosa che ci avrebbe separati erano veli firmati La Perla e che non sono affatto e di fatto, tipa da strass sui fianchi marchiati Victoria Secret. Nonostante sia la figlia illegittima e coatta di Tor Pigna, sono pur sempre nata da un armadio.

E per la penna mi ha comunque ringraziata e mi ha detto che ci aveva preso qualche annotazione e che gli piaceva come scriveva. 

E magari la tiene buttata in un cassetto. Ed io che ultimamente non ho né soldi, nè tempo, scrivo con la bic blu, essendomi di fatto iniziata alla setta di Iris, senza un Biagio Antonacci che scriva canzoni d’amore per me.

E questa è la triste e romantica storia della mia penna mujii, il mio primo trenta e lode e un karma davvero infausto.

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