Ogni tanto scrivo

La vita è questione di cuore e semantica.

Il virtuoso sadomasochismo di lasciarsi bene a Bologna.

Ed è così che dopo un amore finito che ha suonato il suo requiem in offese ed insulti su whatsapp, che io e lui abbiamo avuto la rivoluzionaria forza, di amarci ancora, ancora quel che serviva per dimostrarci che ci siamo amati davvero. Perchè l’autenticità di una relazione si misura anche, soprattutto (?) con il metro del rispetto dopo la parola “fine”.

Rimasti soli e purtroppo vivi al capezzale di ciò che non eravamo più, uniti dal dolore di assistere alle nostre esequie, abbiamo convenuto, che la nobiltà dei sentimenti che ci unirono nel nostro breve tempo, erano meritevoli di 48 h ancora, 48 h di libagione e compianto sotto i portici bolognesi. Portici che raccontavano, racchiudevano in potenza i nostri sogni andati.

E così tra  liti e baci che non riuscivamo trattenere, quei portici roventi ci ricordavano cosa volevamo  essere e cosa pensavamo saremmo diventati sino poco tempo prima della fine. Io e lui che volevamo essere famiglia, votati a questa idea e persi in una vita che non ci rendeva gloria. Già lo eravamo stati famiglia ma non ce ne siamo accorti, per un attimo solo e dopo un attimo già non lo eravamo più.

Ogni uomo dovrebbe guardare le donne come fa lui e vorrei che ogni uomo mi guardasse come mi hai guardata lui dal primo istante sino all’ultimo. Lui che cercava maldestramente di lenire la mia dismorfofobia. Lui che mi vedeva così bella che quasi delle volte abbassavo le difese e in un atto di fede mi concedevo il lusso di credergli. Chissà che filtro usava… Per lui ero davvero la donna più bella del mondo e scopriva e raccontava dettagli di me, che non conoscevo. Il modo in cui muovevo le mani, la forma delle mie labbra, la mia risata e così continuava con ogni centimetro delle mia pelle e della mia anima. Ed io che altrettanto devotamente, lo contemplavo, mentre passavo al vaglio un noi di cui non era più tempo…

Indubbiamente bellissimo, nei colori, nei modi, nei tratti del suo volto, del suo corpo, nell’essenza di un’anima antica e nobile, che amava l’umanità. Amasse sé stesso solo l’un percento di come ama il suo prossimo e di come ha amato me, avrebbe in mano la felicità e il suo segreto.

 Quando ci siamo conosciuti ero indecisa se perdermi nella bellezza delle tue mani o nella sincronicità di stringere la mano ad un uomo che portava il nome che avrei sempre voluto dare a mio figlio. E nel tempo passato insieme ti sono stata sia madre che figlia, volevamo amarci, l’ abbiamo fatto e probabilmente abbiamo fallito nella presunzione che questo amore dovesse anche salvarci. Ci amavamo così tanto che ci risultava insostenibile l’ idea di vederci soffrire, così ci trovammo a divenire psicologi, amici, genitori e deità l’uno dell’altra ed è proprio così che ci siamo persi per sempre. Tentare di salvarci da noi stessi è stato un errore fatale che entrambi non riusciamo a perdonarci. 

Ed è la prima volta nella vita che non piango una perdita, un abbandono subito o inflitto, al contrario mi dispero in una ricerca priva di senno, di quella parte di me in cui tu ci sei ancora come pochi mesi fa. Ti cerco ma non ti trovo più e mi sento svuotata da un amore che non c’è, provata dalle ultime ore insieme, dal modo e dalla riverenza con cui ancora ci parliamo e ci guardiamo, dalla passione con cui ci siamo baciati e desiderati, in questa città che doveva essere nostra, nella proiezione di una vita a due, di due che insieme dovevano costruire e poi al mondo restituire. La nostra filantropia ci ha uniti in un amore davvero spirituale, in cui l’atto di riconoscimento è stato più che onesto e in cui il discernimento è stato fulmineo.

Ti ho amato così tanto, sento ancora le tue mani addosso, il tuo odore e ripensandoci ero davvero bella, ma lo ero affianco a te e  per quello che di me sei stato in grado di portare alla luce, mi hai restituito un’ umanità demolita in anni di gelo e privazioni. 

E ridevamo sempre ricordi? Convinti che qualcuno avrebbe dovuto pur retribuirci per come e quanto fossimo belli insieme, le persone ci guardavano per strada e si vedeva chiaramente che pensavano “che bella coppia”, sembravamo usciti da un film e Roma era cornice perfetta di un amore davvero cinematografico, nei nostri sguardi, nei nostri baci e la nostra vanità in quelle circostanze mi fa ancora sorridere e molto. 

Non facevamo altro che ridere e fare l’amore era tutto così perfetto, che ogni tanto facevo la matta perchè pensavo fosse troppo per essere reale. Ti sei preso in dono la mia verginità, sei stato il mio primo amore, la prima persona con cui mi sono scambiata l’anima, senza delirio, senza bugie, senza tradimento e quando i problemi sono arrivati abbiamo avuto l’ intelligenza e la riverenza vera di fermarci, prima di sporcare, contaminare, l’amore distillato che ci ha uniti.

E così dopo silenzi e litigi meramente umani, abbiamo ritrovato la nostra matrice divina e abbiamo deciso di festeggiare il nostro famadihana e mi hai raggiunta a Bologna. E sotto questi portici che mi hanno abbracciata come fossi tornata dagl’inferi, c’eri anche tu ed era strano bere e ballare con te in Scaravilli, era bello ma il momento dopo diventata triste. Ti guardavo e mi vedevo nei tuoi occhi, ma nei miei non c’eri più e piangevo più forte, che quasi preferivo la vodka e i litigi. In quel modo avrei potuto odiarci, avevo qualcosa a cui dare colpe, ora invece accade, succede e basta e devo accettare nella contemplazione, il mistero di un fuoco che si spegne e il buio che di nuovo incombe dentro me.

Ho trovato superfluo nonostante le nostre continue provocazioni, ribadire cose che già sappiamo l’uno dell’ altra. Alla fine ci siamo guardati dentro proprio come accadde ai nostri inizi ricordi? E sento di aver detto tutto e l’ho fatto solo quando ero nelle condizioni e nella consapevolezza di poter dire, avevi ragione sul fatto che anche quella “è una forma d’amore” lo sapevi prima di me, ma non volevo guardarla, tu c’eri ed io nei tuoi occhi persa mi sono ritrovata e non c’era spazio per terzi tra di noi, non c’è mai stato, ti ho amato davvero. 

Ed io degl’ uomini non so nulla, se non quello che mi hai insegnato tu, tu che sei l’unico uomo che ho incontrato in vita mia. Ancor prima ci fosse una qualsiasi declinazione di un “noi” mi chiedevi sempre come stessi e quali erano i miei sogni, i miei progetti, ti interessavi alla mia vita e a me, nessuno lo faceva con una profondità simile e anche oggi che tu sei lontano chilometri, ed anche io lo sono, nessuno lo fa come andrebbe fatto. E non importa quanto affetto io possa dare, quanta bellezza io possa vedere negli altri, gli altri sembrano non vedermi, spariscono, sono leggeri e sempre poco attenti, nonostante io gli dedichi del tempo che sebbene non abbia alcun un fine utilitaristico, speri sempre sia tempo condiviso, in qualsiasi direzione vada. Eri speciale, lo sei ancora, anche se non ci apparteniamo più, sento ancora i tuoi pensieri.

Ci siamo confessati per l’ultima volta  io e te e ora sola nella mia stanza ripensandoci, viaggio più leggera, senza il peso di un rimorso, senza retrogusto di rimpianto.

Eravamo in Piazza Maggiore e come due adolescenti in gita, in diagonale agli angoli di quei muri altissimi ci siamo detti tutto ciò che era rimasto. Ci siamo parlati d’amore, di errori a cui non si poteva porre rimedio e con tenerezza e un misto di romanticismo più o meno intelligente, ci siamo raccontati per l’ ultima volta. E si piangeva forte ed io sacerdotessa e tu sacerdote, ci si assolveva, senza penitenze, espiando solo mediante scuse sincere e costernazione palpabile.

E capisco solo ora gli aforismi onnipresenti, sulla forza disumana necessaria che occorre nel lasciar andare… E ancora sto qui cercando di capire come si fa. Come si fa? Dimmelo tu! Tu che sei stato la parte migliore e più vera di me. 

E nel lascito delle ultime ore, dell’ ultimo tempo a Bologna ci siamo rifatti umani e abbiamo provato la rabbia di un addio inaccettabile e ce lo siamo scagliati addosso e ti ho visto star male, massaggiarti il cuore dal dolore, non rispondere più al tuo nome quando ti chiamavo. Allora ti ho guidato a fatica e da buona ciociara, ti ho fatto da Cicerone e ti ho portato nell’unico posto dove par vedere un contatore della luce ed invece sotto pressione si apre una finestra sull’ unico corso d’acqua sopravvissuto in questa città, e ti ho detto ed ho pensato che potevi vederci qualsiasi cosa. E l’ho fatto pensando a me che nei miei momenti più bui aprire quella finestra, quella piccola finestra,  mi faceva vedere e sentire la casa che non ho mai avuto. Sarà stata l’ acqua che per antonomasia rappresenta l’archetipo dell’ inconscio, ma in quella vista, sembrava poter guardarmi dentro e così è stato anche per te… Il tuo respiro ha rallentato e con gli occhi e con la pelle pieni di stupore hai ritrovato l’ armonico ritmo sinusale e mi hai guardata forte e mi hai parlato piano : “mi sento meglio” e ci siamo baciati nella morte di un addio imminente ed immanente. E la notte più bianca di come la scriveva Dostoevskij si è scandita tra pianto e passione fino a mattina. 

Non ho mai pianto così tanto in una stazione, prima di te non ne era mai valsa la pena e ti ho guardato partire dietro gli occhiali scuri, ero lì, persa in un ciceone che conteneva il mistero di un amore finito senza ragioni palpabili, plausibili, accettabili e ci siamo toccati il cuore da un finestrino che ci separava, nel dolore e nella fierezza di aver avuto il virtuoso coraggio sadomasochistico di lasciarci bene a Bologna.

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