Come consuetudine vuole: che nesso c’è tra tante (tantissime) monete da 2 euro, Berlinguer e il vero understatement?
Le fil rouge è uno, unico ed inimitabile, classe ‘1940. Italo Giuseppe Costantino, mio nonno.
Dei personaggi rari e dove trovarli della mia famiglia, nonno Italo ne incarna la parte sana, bella, quella degli insegnamenti e degli ideali, dell’ integrità e delle risate vere. L’ho visto l’ ultima volta a Pasqua e di risate, nell’unico e consueto momento che lo consente (ovvero quello che vede mia madre agganciata al lavandino a lavare i piatti) ci siamo sbizzarriti nei meandri di memorie storiche celate e di risate condivise ritrovate.
Eravamo io e Alice, Alice mia sorella (quella che guardo attraverso lo specchio, per intenderci), l’ho invitata a casa di mia madre, per stare con lei ed aiutarmi a sostenere tutti gli altrettanti momenti (più consueti dei consueti) che non consentono né libertà di espressione né risata.
Infondo prima della trasmigrazione, che mi ha vista partorita da un armadio, sono stata figlia sfigurata dall’ ipercuria e dall’ iperprotezione di mia madre Silvia, e dalla discuria di mio padre Silverio.
Ma qui parliamo del ramo materno, per cui mi è di obbligo deontologico annoverare l’attività ossessiva di prevenzione alla morte di mia madre a nostro carico, ancora in corso.
Oggi in quella casa vivono solo lei e mio nonno che come consuetudine vuole da padre è divenuto figlio. Ormai sconfitto per via dell’età e di mia madre, che nonostante il 1992 sia ormai lontano nel tempo, esercita la professione materna nella stessa maniera disfunzionale di un tempo.
Così nel momento postprandiale dopo aver aperto il mio uovo di Pasqua come la tradizione vuole, io e Alice da buone scienziate umane, sociali ma anche politiche, abbiamo triggherato mio nonno all’ invero simile e da lì, il punto di non ritorno.
Aforismi passati alla storia, che conservavo nel mio vecchio iCloud prima che fosse hackerato, in una registrazione video di circa trenta minuti. “Bruno Vespa lombrico”, “Sallusti anguilla” e come dargli torto… E come eguagliare la cruda semplicità di chi guarda il mondo con gl’ occhi di una sinistra che non cel’ ha fatta, di chi per una vita ha fatto il dipendente comunale e oltre ad un appartamento di proprietà in una cooperativa a Frosinone che divideranno due sorelle, inaridite dal vuoto sociale e di pensiero che le accomuna, non ha lasciato, nulla oltre le memorie che cerco di rubare quando mi è consentito, un nulla che nulla non è, perchè a quel conto vuoto e a quel cuore pieno, devo gli insegnamenti che i miei genitori non erano in grado (nel caso materno) né tanto meno in disponibilità di tempo o voglia (nel caso paterno).
Eredità negata ai posteri, per cui attualmente risulto essere all’ attivo l’ unica ricca ereditiera. Lascito di storie, avvenimenti, eventi, che hanno scandito le primavere di mio nonno. Sul suo testamento “Ad Alice: i miei valori, la mia integrità e il mio umorismo”, certa che ce ne fosse mai uno reciterebbe questa orazione.
Ed è così che quel signore dai pochi capelli argento nato, cresciuto e ancora militante (senza militare) a Frosinone mi insegnava l’arte dello stare al mondo, pagava i miei studi universitari e le mie spese mediche. Mio nonno faceva il nonno, se mia madre non lo tenesse prigioniero in una vecchiaia anticipata cominciata circa vent’anni fa, il nonno lo farebbe ancora, ne sono certa.
E così nel tempo insieme, mi raccontava storie d’amore e sinistra, anche se effettivamente è sua sorella zia Maria insieme a suo marito zio Franco, ad aver consacrato la vita alla causa del PC da Frosinone a Mosca, ma questa è un’altra storia, again.
Mio nonno era un attivista che io definisco simpaticamente “militante adolescente”. Ha visto gli anni in cui parava intravedersi uno spiraglio di possibilità e quegl’ anni li ha vissuti, sempre e comunque a Frosinone. E così da ragazzo si occupava di portare i volantini del partito e mi raccontava proprio a Pasqua di questo magico 2024, con il pudore che lo caratterizza, di una ragazza per cui provava simpatia e tenerezza in gioventù. La ragazza in questione che ha preceduto poi la mia (e la sua) amata nonna Egle, era figlia di un fascio ciociaro e mio nonno più per la causa dell’amore, che per la causa in sé, si divertiva ogni mattina ad alzarsi alle 6.00 a camminare a passo svelto per circa 30. minuti al fine di affiggere i manifesti del PC sotto casa della sua bella, prima che il padre di lei andasse a lavorare. E raccontava ancora sorridente, quasi sghignazzando, il momento in cui si appostava per vedere la reazione del papà destroide al volantino, maldestramente affisso su un palo della luce.
E guardavo mio nonno con orgoglio e tenerezza, nelle movenze stanche dall’età, raccontare dell’ esilarante turbamento espresso dal padre fascista della sua ragazza con turpiloquio, che mio nonno nonostante le umili origini ha avuto la classe di edulcorare, senza che l’esilaranza e la dolcezza del racconto ne fosse inquinata.
Sulla politica contemporanea nonno Italo arranca, non riesce ad argomentare altrettanto vivacemente e profondamente, e non credo che in tal caso la causa sia da ricercare nell’età avanzata di mio nonno, bensì da un ‘incomprensibilità, un’ostrusità ed una mostruosità del nostro momento storico e politico, che risulta inaccessibile sia a lui che a noi.
Ovviamente abbiamo parlato della Meloni e di Salvini, io, lui ed Alice, ci abbiamo provato, ma nonostante io sia una donna diversamente giovane, Alice sia molto giovane e mio nonno anziano, non cel’ abbiamo fatta, né da soli, né insieme. E qui c’è quel momento per cui la riflessione sulla politica di ogni uomo che ha vissuto la militanza attiva, di ogni donna che ha studiato le scienze politiche come mia sorella Alice o ogni donna che bho ci ha pensato (?) come me, ha un bisogno spasmodico di ricercare l’atavico, senso primigenio della politica, quello aristotelico, che al nostro tavolo, come ad ogni tavolo di sinistra che si rispetti, si riassume, si ritrova sempre e mette tutti d’accordo in Enrico Berlinguer.
Ma prima di arrivare a lui, vorrei dirvi qualcosa di più su mio nonno che io da sempre e ancora ad oggi chiamo affettuosamente “nonnino” causando imbarazzo e il suo fastidio per la mia persona, non è l’unico a cui faccio venire l’orticaria, sono una specie di melassa con i capelli rossi…
Mio nonno nasce in una famiglia umile di quattro figli maschi ed una figlia femmina mia zia Maria, su cui avrei da scrivere e molto, come accennavo prima. Ha passato una dura adolescenza in collegio di cui il trauma a noi manifesto è un’avversione per i ceci, che gli sono stati propinati anche a colazione. Mentre un altro shock decisamente più incisivo fu un brutto scherzo, ovvero un atto di bullismo, che visse in quegl’ anni. Lo rinchiusero dentro un ossario per un tempo considerevole e credo da psicologa negata e mai nata, che da quel barbarico episodio derivi la sua claustrofobia.
Se ci riflettete bene l’ansia e i suoi sintomi degenerativi, sembrano essere appannaggio esclusivo della nostra generazione. Ne parliamo sui social con la nostra becera psicologia pop, facciamo psicoterapia, assumiamo benzodiazepine e serotoninergici. È raro sentir parlare di attacchi di panico le persone anziane, ed è raro che queste ne parlino. Mio nonno non resiste nelle chiese ed è lì che crolla e credo che questo crollo sacro, sia dovuto ad un altro trauma, ad un grande dolore tutt’altro che simbolico e o purtroppo condiviso. E In quell’occasione, quella della morte come ci spiega in maniera più che esaustiva De Martino, ci siamo fatti famiglia e dopo quell’evento non lo siamo stati più. Nel 2001 mia nonna Egle si è spenta per un cancro al cervello dopo un calvario durato più a lungo di quanto umanamente sostenibile.
Entrambe le mie nonne, le mie madri, sono andate via per un brutto male, con l’unica differenza che mia nonna Egle ha sofferto a lungo, fino a restare in vita senza esserci, nella nostra impotenza che era più mortale del suo cancro, ma soprattutto nella morte di mio nonno Italo.
È più che usuale leggere e postare frasi sugli amori dei nostri nonni, noi che li vorremmo così i nostri amori, amori di altri tempi, nella maggior parte dei casi cliché, idealizzazioni. In questo caso, quello di nonna Egle e nonno Italo, c’era poco da fantasticare. Vedevo da bambina questi due quarantenni baciarsi con passione, accomunati dall’amore per la montagna, per gli animali e anche in questo caso resto a contemplarne il mistero.
Ed ho sempre pensato che data la repulsione che mio nonno nutre per il suo nome (per intuibili motivi). Data la mia avversione per l’altro nonno nonostante abbia un nome splendido “Cesare” e dato che amo la mia nonna paterna, ma non è possibile chiamare una donna Tommasina, avrei in caso di una figlia femmina rinnovato il nome di mia nonna Egle. In ricordo di mia nonna, per l’etimologia del nome ma sopratutto perchè a prescindere dal genere, che il nome fosse stato Italo o Egle, sarebbe stata solo una discriminazione semantica, nulla di più. Loro erano la stessa cosa.
È dal 19 gennaio 2001 che mio nonno gioca la data di nascita di nonna affiancata alla sua ad ogni estrazione e quando nevicò a Frosinone nel 2012, chiamò il bar per giocare quelle date e non ricevette risposta, lo fece perchè gli risultava insostenibile mancare a quel rito commemorativo. E ovviamente i loro numeri vennero estratti. E anche sulle nostre sfighe in fatto di estrazioni e numeri ci sarebbe da scrivere, una calamita di Napoli sul nostro frigo racconta una storia a dir poco assurda, ma questa è la nostra storia che si ripete. Il capitale ci snobba tanto quanto lo snobbiamo noi.
Amo le tabaccherie anche per questo, perchè mi fanno pensare a lui, ai suoi gesti scaramantici e alle sue superstizioni. Se avesse vissuto a Tor Pigna avrebbe fatto il suo sei, ne sono certa e ho pensato spesso a giocarli lì quei numeri, ma sono cose che si pensano e dici “dopo lo faccio” e poi non lo fai più.
E credo fu in un bar tabacchi, vicino casa a Frosinone ,che nacque la sua caratteristica passione a dir poco peculiare per le monete da due euro.
A riguardo sappiamo ben poco, solo che nonnino, quando cammina suona come un salvadanaio e se gli chiedo i soldi per le sigarette (si, succede ancora non giudicatemi) lui tira fuori solo monete da due euro. Ed è incredibile come questa cosa accada da anni e come rido ogni volta come fosse la prima. Una delle poche volte, parlo di circa otto anni fa, in cui siamo stati al bar insieme a fare colazione, successe l’incredibile… ricevuto il resto in un formato misto di spicci e cinque euro sani, mio nonno chiede a Fabio di cambiargli tutto da due euro, e Fabio gli ha giustamente chiesto perchè e nonno gli ha risposto come Maccio Capatonda “che sono comunque soldi” ed ha aggiunto che gli piacciono di più. E io morta dalle risate per il tono indignato con cui pretendeva le sue monete, e dal retro pensiero incomprensibile che si cela dietro questa passione, ho pensato che ero fortunata ad avere un nonno come nonno Italo, lo penso ancora.
Sulle sue monetine che monetine non sono, c’è un episodio più che significativo, che non manco di ricordare e condividere. Vivere in un condominio di anziani a Frosinone, sebbene il quartiere sia tutt’altro che residenziale, da un senso di tranquillità per cui si lasciano (o meglio si lasciavano) ancora le macchine e i garage aperti. E in uno di quest’atti di fiducia in un’umanità a nostro avviso ancora viva, nonno lasciò la macchina aperta con gli spicci dentro. Ora capirete bene che gli spicci di mio nonno, non erano 50 cent. ma possiamo ben stimare una cifra considerevole che va dai due euro in su. Rientrato a casa in ritardo per il pranzo, già pronto all’ esaurimento nervoso di mia madre, ma come sempre ingenuo nella sua sincerità, ci racconta di aver subito un furto di spicci. Il pranzo si è consumato tra le grida, come d’altronde ogni pranzo a casa con o senza furto, specialmente se a tavola c’ero io e ci sono io. Fortunatamente mia madre non è una brava antropologa e l’osservazione non è il suo mestiere, almeno quella in tempo reale e non ha chiesto quanto gli fosse stato rubato, come se poi fosse una colpa di chi il furto lo subisce, ma lei ci colpevolizza per tutto, l’altro giorno ad esempio a trentuno anni mi sono sentita rimproverare perchè a trenta gradi a Bologna stavo bevendo una coca cola zero con l’aggravante che era anche fredda. Comunque… terminato il pranzo nel consueto momento che vede mia madre agganciata a quel lavandino, (che a giorni alterni vede anche mio nonno impegnato nel lavaggio delle stoviglie) io e mio nonno ci stravacchiamo sul divano. E a decibel non troppo sostenuti affinché non mi rispondesse fischio per fiasco, gli ho fatto la domanda : “nonno ma erano tutte monete da due euro?” E lui “e certo!”. Anche io che domande, e anche lui che risposta, mi ha fatto sentire scema, ma non mi suscitò affatto il riso ma solo preoccupazione per l’eventuale reazione di mia madre se avesse scoperto il fatto. E arrivò l’amaro momento in cui dovetti fare la domanda immediatamente successiva, “Quanti soldi erano?”, mio nonno rispose “eh… 76 euro” con la voce affranta di chi si sente in colpa, di chi trova inconcepibile un gesto simile, e di chi 76 euro su un bilancio familiare a fine mese li sente tutti.
Allora cercai esclusivamente di limitare i danni, per quanto fosse possibile.
Gli dissi di non dirlo a mamma per nessuna ragione, anche perchè sapevo che di quel furto (che si legava perfettamente alle speculazioni sui possibili indiziati del condominio) si sarebbe parlato per anni. In quella casa, “casa mia” non succede mai nulla, ed è per questo che stanno lì a sviscerare questioni di cancello, della questura difronte al nostro palazzo che semplicemente esistendo rende mia madre insonne, questioni di cortile e vicinato e davvero se non ci fossi stata io, le giornate di mia madre, il suo spazio mentale sarebbe fermo a 800 metri dal suo letto. E così accogliendo lo sfogo di mio nonno sulla disumanità di quel gesto, mi rilassai e iniziai a riderne dentro, finché non si sentì più il rumore dell’acqua, e il passetto nervoso e disturbante di mamma si mise in moto. “Papààà”. Se poteste sentirne il tono ridereste in questo caso specifico, vi sparereste in testa in tutti gli altri casi. Ancora… “papà, ma quanti soldi erano?” evito lo sguardo di mio nonno, confidando nelle nostre confessioni ultime, perchè mia madre non è una brava scienziata umana, ma certamente una brava guardia! E lui “2 euro”.
Ridurre la cifra e l’entità del danno non calmò l’avvelenamento di mia madre, che proprio come Maccio e come mio nonno riteneva che erano comunque soldi e che lui era stato incosciente, lo era stato? Si, probabilmente si. Ma nonno Italo è così ed è così che è cresciuto e mi ha cresciuta, con la fiducia ad oggi decretabile come tristemente ingenua, di chi crede e confida nell’ umanità, di chi ha vissuto all’ alba ciociara come in una comune.
E vorrei chiedere a mio nonno quando tornerò a Frosinone se lui ci sarà ancora (sempre nel consueto momento che lo consente) da dov’è che sorge il sole. Per me che amo le albe sui terrazzi e le osservo, ne godo spesso, risulta ad oggi impossibile capire il punto cardinale, da cui siamo illuminati durante tutto il giorno.
Di certo caro nonno, nonnino, Italo Giuseppe Costantino, il sole non sorge più ad est.
E per me che cerco l’understatement in un armadio, lo ritrovo in te, quando nel tuo consueto momento di pace, nel nostro garage, in un noto quartiere di spaccio tra Napoli e Roma traffichi con le cianfrusaglie che ogni famiglia accumula in una vita, ti fermi e sospiri ancora davanti al calendario del ’96 del sorridente compagno Berlinguer.
Lascia un commento