Perdere la verginità è un rito di passaggio. Avevo trentuno anni la prima volta che ho amato un uomo con anima e corpo. E che da un uomo sono stata corrisposta. Ed ero tutto tranne che vergine ed ero “solo” innamorata, senza bisogno alcuno. Lui invece pieno di bisogni, dipendente da tutto anche da me.
Ho capito che era un’alcolista da come teneva il bicchiere in mano.
Ed era strano perché io con l’alcol ci avevo militato quanto bastava per non volerne sapere. Nemmeno nei racconti, nemmeno nelle fiabe. D’altronde che fiaba sarebbe? Con l’alcol al massimo il finale sarebbe all’obitorio e di certo non “vissero per sempre felici e contenti” .
Ma lui era sexy quando beveva, erano le sue mani ad essere imponenti, virili e avrei passato le ore a vederlo maneggiare qual bicchiere.
Una volta che le mani e il bicchiere però raggiungevano lo zenit e arrivavano alle labbra, ogni forma di adorazione, pulsione e fascinazione scomparivano e lui con loro scompariva in quel bicchiere.
Ancora penso a lui quando leggo Nizar Qabbani sembra scriva la nostra storia nei suoi versi “quando si abbracciano, si schiantano gli anni e si schianta lo specchio dell’età” e poi ancora, quando parla dei due fuochi da gestire il suo e quello della vodka.Tua la sua “indovina”. Avrei dovuto leggertela nuda, nuda nel nostro letto, impegnata nella gestione dei due fuochi che furono rogo alla mia carne, alla mia pelle.
Ma d’altronde io ho sempre prediletto il Rum alla Vodka. Ho sempre preferito Castro a Lenin. Il caldo al freddo. Il mare alla montagna. I neri ai bianchi. Il sud al nord…
Ed oggi a lui e alla sua vodka liscia ho preferito me e la mia camomilla alla melatonina.
Ed è questo il vero rito di passaggio. A 31 anni ho perso la verginità, amando me stessa prima di un uomo.
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