ll tuo nome contava 10 lettere, ne usavamo meno della metà per rivolgerci a te e sempre per chiederti favori.
Spuntavi come un fungo da dietro le finestre o dalle piante incolte del nostro giardino. Amavi gli animali così tanto, proprio come me, anzi forse è proprio grazie a te che li amo così tanto.
E insieme con quegl’ animali ci parlavamo ed io ti odiavo perché a te rispondevano. Avevo sei anni e ricevevo fusa, sconzolii, morsi da Carolina il nostro coniglio, ma mai una parola da loro. Tu eri la mia interprete e io volevo rubarti il dono. Beh però alla fine Carolina mordeva anche te, chissà se ti avvisava prima.
Eri sempre sveglia, non potevi permetterti il lusso di dormire, dicevi di essere in ritardo ed anche io lo ero, lo sono ancora nonna.
Casa enorme, villa di campagna ah… i meravigliosi anni ‘80.
Ad ogni mancanza, ad ognuno di noi che lasciava la stanza, di quella casa sporca e maleodorante, ad ognuno di noi che andava via, perché diventava grande e di te bisogno non ne aveva più , sostituivi spazzatura.
Le nostre stanze vuote si facevano piene fino ai soffitti, di scatole e oggettistica dagl’ anni ‘50 ai tempi nostri.
E quando diventai grande oltre che guardare “sepolti in casa” e studiare psicologia all’università, arrivai a capirne le ragioni intuibili, ovvie, di quei gesti che passavano agl’ altri inquilini inosservati. Vuoti intollerabili che andavano riempiti.
Il vuoto che mi lasciai alle spalle, quello dell’ultima stanza a destra da dove si vedeva il laghetto del giardino, fu mancanza insostenibile e desertica agl’occhi di quella nonna insonne e paranoica.
Ai suoi occhi, la mia mancanza era insopportabile, la comprendo, anche lei mi manca molto, specialmente ora che i gelsomini sono in fiore.
Io e mia nonna quando andavo ancora a scuola, mangiavamo dopo tutti gli altri e con me si sentiva a suo agio, tanto da sedersi a tavola. Scomoda come sempre, all’angolo come sempre, ma a me vicina come sempre.
Per me cucinava su richiesta, mi chiedeva il menù di cui doveva occuparsi al mattino prima che andassi a scuola. Sembrava fosse la mia domestica, d’altronde tutti, io compresa, l’abbiamo trattata così per una vita. Ma il menù era riservato solo a me mentre a quell’uomo sadico del marito, si premurava di assecondarne i gusti difficili, a mio padre di tirar fuori prima il formaggio dal frigo e a mia zia di sostituire il burro al sugo, alle fettuccine che ammassava ogni domenica.
Di questo marito insopportabile di cui scrivo e dei suoi gusti “ricercati” ne abbiamo preso coscienza dopo la vedovanza. quando toccava a noi l’ingrato compito di doverne assecondare il “non troppo cotto”, il “quello no”, i suoi venerdì pseudo cristiani o “il più dolce per favore”, in ogni pietanza avrebbe usato lo zucchero al posto del parmigiano e tutti ci chiediamo ancora oggi, come faccia a non avere il diabete.
Io e nonna eravamo complici, mangiavamo insieme di nascosto e insieme la notte eravamo solite scendere dagli animali.
Io e mia nonna eravamo amiche. Insieme guardavamo uomini e donne, cambiavamo colore e forma ai miei capelli, ma senza piastra, usavamo il ferro da stiro, nei primi anni 2000 ogni ragazza voleva i capelli lisci ve lo ricordate?
E mia nonna che dai capelli sembra una cubana, sempre obbligata dal marito a tenerli corti quei capelli ricci di difficile gestione ma meravigliosi, proiettava su di me una femminilità, una gioventù e una libertà a lei negata.
Avevo una tuta della lotto color salmone il giorno che tornai da scuola con il mal di pancia e andai in bagno a far pipì, e con sorpresa e trepidazione arrivò il giorno in cui si dice si diventa donne. Correva l’anno 2005 ed ero tutto tranne che una donna, non ero nemmeno un’adolescente, nemmeno una bambina, credo fossi un’infante che aveva ancora bisogno della pappa.
Nonna era in giardino, giardino grande, trascurato ma bello. Ah… i meravigliosi anni ‘80. Mi manca anche quel giardino.
Così con matasse di carta igienica appoggiate sugli slip fucsia, con i pantaloni della tuta ancora all’altezza delle ginocchia, ho raggiunto la sala da pranzo e con il telefono a filo ancora marchiato sip ho fatto il numero che è ancora lo stesso dopo anni, di casa di mia madre. Al mio racconto reagì con un rimprovero ingiustificato come sempre e mi disse che da quel momento dovevo stare attenta, perché sarei potuta rimanere incinta. Ci rimasi male ma non quanto avrei dovuto.
Oggi da figlia unica, so che essere stata considerata un incidente dai miei genitori, mi ha fatto sentire un incidente per almeno trent’anni.
E mia nonna persa nel verde del suo giardino, della sua mente e delle sue faccende, doveva assolutamente aiutarmi. E la trovai come sempre e come sempre nelle stesse modalità, ma prima misi su i pantaloni.
Uscii fuori dal terrazzo, finestra scorrevole, doppi vetri, veranda. Ah… i meravigliosi anni ‘80. E con la stessa intensità della sirena che richiamava gli operai in fabbrica: “Nonnaaaaaaaa” non aggiunsi altro, da buona schiava della famiglia e della sottoscritta, fece le scale di corsa e in cinque minuti era lì ad ascoltare una neonata, che come una neonata piangeva, raccontare di mal di pancia e sangue. La vidi commossa. Occhi persi i suoi, sempre velati, che dico, appannati dai suoi deliri. Ma in quel momento nei suoi occhi sembrava poter scorgere emozione e tenerezza. Occhi liberi dal controllo di una mente aguzzina.
Mi disse “sei diventata signorina” e in quelle parole, si fece come tutte le nonne, seppur lei era ineguagliabile. Tirò fuori un assorbente delle dimensioni di un caravan e mi ribellai alla sua voglia di farmi la borsa dell’acqua calda, ma l’insostenibilità di quel dolore mi convinse e il sollievo che provai seppur minimo, mi fece sussurrare un “grazie” probabilmente l’unico che io le abbia mai detto.
E da infante, divenni signorina e da signorina divenni donna. E da donna che studiava all’università e da donna che dalle case della famiglia era scappata, nel distacco iniziai a capire che i complotti di mia nonna secondo cui suo genero e la famiglia di lui, gli rubavano in casa, gli era malattia, almeno stando alla scienza e al buon senso.
Di quell’ accumulo compulsivo e del barbonismo domestico c’era da interrogarsi, anzi probabilmente c’era da prendere consapevolezza e lenire quel disagio per quanto e per come fosse possibile.
Ma io ero a chilometri di distanza facevo sesso, bevo peroni e studiavo, non avevo tempo per lei, lei che il suo tempo lo aveva consacrato a noi.
Il tempo arrivò quando durante una pipì pomeridiana in abruzzo ricevetti quella telefonata, quella peggiore di una morte improvvisa, quella claustrofobica del ricovero di mia nonna in ematologia.
E presi un treno e feci la doccia e indossata tuta, guanti, mascherina e copri scarpe, ben prima che arrivasse il covid nelle nostre vite. Ed entrai in quella stanza e lei aveva i capelli più ricci del solito e come al solito mi disse “amore di nonna”. Quel giorno le misi del rossetto, finalmente poteva essere riccia e donna. Quel rossetto di quella tonalità oggi lo chiamano nude, all’epoca si chiamava rosa. Ma a lei piacevano le gote rosse e mi chiese quello che una volta si chiamava fard e che oggi si chiama blush.
È stata più donna ma soprattutto più felice e libera, nel suo ultimo mese di vita in ospedale che in sessantasei anni in casa sua. Nonostante i marmi di quella casa gridassero: Ah… i meravigliosi anni ‘80.
Ed è strano come i suoi deliri paranoidi si consumassero su persone che nel tempo si sono rivelate pessime. Ripenso al divorzio di mia zia, ripenso ai familiari di mio zio e ripenso anche ad una frase che mi disse che fu unica, non si ripetè mai, ma la disse. La disse parlando del mio ex, divenuto intrusivo e più che controllante nella mia vita. Mi disse che era sufficientemente alto (requisito fondamentale per mia nonna nella scelta di un uomo, nonostante il marito sia un tappo) che mangiava tutto (superfluo spiegare e sorriderne) ma che aveva uno sguardo come quello di Alex Britti, personaggio, “l’unico” per cui mia nonna nutriva odio, deliri e avversioni realmente ingiustificate.
A mente lucida e fresca l’unico delirio di mia nonna che non capisco da quale universo venga e quale Dio possa averglielo instillato, era quello ai danni di mia cugina. Non c’era complotto o paranoia che la riguardasse, “semplicemente” l’ha sempre privata di tutto ciò che a me veniva dato e non parlo di cose materiali, per quelle siamo state sempre uguali di fronte alla sua legge. E l’indifferenza di mia nonna a carico della piccola di casa, mi rattrista oggi come ieri, perché quella cugina che non vedo da anni, per liti familiari è probabilmente l’unica della famiglia che non ha il mio stesso sangue, ma l’unica per cui con il sangue firmerei.
Oggi ha diciotto anni è bellissima. E mia nonna la ignorava, di certo non per le ragioni legate al sangue, credo che quell’ amara indifferenza avesse a che fare con il fatto che fosse figlia di suo genero, personaggio da cui era ossessionata e terrorizzata.
Mia nonna non ha mai preso un psicofarmaco in vita sua, e ho sempre pensato che la vita gli abbia restituito la libertà dovuta con la morte.
E lei non lo sa, ma le devo tutto. Le devo un “grazie” per i suoi insegnamenti di vita e per quelli culinari.
E lei non lo sa, ma quell’uomo era veramente cattivo come Alex Britti.
E lei non lo sa, ma alla fine ho accolto lo Spirito Santo come mi aveva chiesto e la Cresima l’ho fatta. E proprio come lei dico un “Ave Maria” al giorno.
E lei non lo sa, ma penso sempre a lei e le voglio bene, oggi come ieri.
E io non lo so, ma lei lo sapeva da quando alle elementari scrivevo temi, che nonna leggeva con la semplicità di chi ha la seconda media. Nonna sapeva, prima di me, che nella vita avrei dovuto fare la scrittrice.
E lei non lo sa ma dall’ aprile successivo alla sua morte, i gelsomini sono per me fiori importanti, perché mi parlano di lei. Lei che ci aveva ornato l’intera parete destra del portone d’ingresso della nostra casa… Ah i meravigliosi anni ’80.
E quando ne sento l’odore ricordo quant’era bello andare a casa da nonna, ed ero l’unica a cui riservava anche un bacio all’ arrivo. Oggi so quanto mi amava.
E io lo so, ma lei non lo sapeva e a tutti faceva comodo non sapere, che mia nonna rientrava in quadro psicopatologico definibile in gergo schizofrenico paranoide.
Quella di nonna Sina era un’ aromatica schizofrenia alla fragranza di gelsomini.
Lascia un commento