Classe 1992, il mosaico è il mio archetipo,il sincretismo la mia natura, forse sin troppo eclettica per presentarmi per nome.
Lewis Carroll scriveva di Alice e delle sue chiacchiere con Piripú proprio così “E se smettesse di sognare di te, dove credi che saresti?’ Dove sono ribattè Alice. Niente affatto ‘disse Peripù sprezzante.’Non saresti in nessun luogo. Perché tu sei soltanto un qualche cosa dentro il suo sogno”.
Diciamo che ho passato trent’anni della mia vita a lasciarmi sognare dagl’altri. Mi immaginavano, mi modellavano, mi disegnavano proprio come si fa con un abito. Sartoria demolita quella in cui venivo “rivestita”, demolita con la stessa violenza con cui mi vestivano contro la mia volontà. Ho sempre pensato che fare due chiacchiere con Roman Polański ci avrebbe arricchiti entrambi, lui che l’armadio lo faceva portare da due uomini.
Da quando mi vesto da sola quelle sartorie mi appaiono felliniane e le contemplo nei vicoli defilati della nostra città eterna. Sartorie “di una volta”, dalle vetrine ingiallite in cui si spende ancora poco e ci si veste ancora bene, dove si consumano miracoli e prodigi made in Italy, realtà che purtroppo stanno scomparendo.
Abbandonate le aule universitarie mi muovo ancora giovane nel mondo del lavoro, occupandomi prevalentemente di disabilità e assistenza domiciliare ad anziani e bambini. Vestivo capi stretti, soffocanti. La mia forza resiliente, il mio prodigio vero fu abbandonare le aule senza abbandonare i libri, ma soprattutto la ricerca. La ricerca spasmodica di cui parlo è quella di Dio, che all’epoca tentavo maldestramente di fare sui libri e sebbene facessi questa ricerca con la mente, trovavo inconciliabili le scienze psicologiche con la mia ossessione per Dio, ossessione reciproca, sia chiaro. E proprio come in un film di Woody Allen quando non ero minimamente pronta, anzi quando avevo perso ogni speranza a ventisette anni ho incontrato l’ antropologia e all’ Alma Mater Studiorum a Bologna mi sono innamorata davvero.
Ateneo che non ha bisogno di presentazioni, ma CdL che merita di essere annoverato nella mia storia: “ Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali”.
E saranno stati i portici bolognesi, un attimo di benessere economico e sociale, l’indipendenza, che quei vestiti cominciarono ad allentarsi, ammorbidirsi e nonostante l’età, ero al posto giusto nel momento giusto.
Questo il taser della mia formazione, in cui non oso trascurare l’incisività della mia sindrome di wanderlust, che mi ha restituito casa e famiglia nel mondo.
E la forza trafornmativa e trasformatrice del volontariato a cui mi sono dedicata nel mio quartiere, dove abitavo a Roma. Quartiere multietnico quello di Tor Pignattara, un sogno ad occhi aperti per un’ antropologa.
L’ esperienza umana del centro d’ascolto, il sogno madre per una psicologa.
L’ esperienza del servizio docce è semplicemente ciò che mi serviva per ricordarmi che prima di qualsivoglia titolo di studio o ambizione, sono esattamente la stessa cosa del mio prossimo.
Ed è così che per una donna di trent’anni che ha cercato nell’Oriente tutte le risposte per una vita, fu inatteso trovarle in un’ altra vita a Santa Maria Della Vittoria a Roma.
Le avevo sviscerate intellettualmente le Carmelitane Scalze, ma mai avrei pensato di ritrovarmi, dissolvermi in Santa Teresa D’Avila.
Questa seconda vita, in cui manca il passaggio della trasmigrazione, ma inizia con un risveglio, mi ritrovai nella mia primigenia nudità, senza più sarto nè vestiti, ero libera ma nuda.
La mia storia riassunta nell’opera La Vérité sortant du puits di Gérôme, la mia unica risorsa oltre la libertà, poche cose di mia nonna, mia nonna che ha chiamato sua figlia Teresa.
Ed è così che la mia vita comincia da un armadio. E mentre cercavo reminiscenze di chi fossi, nel silenzio soffocante di quell’ appartamento, nel quale ero stata allontanata da Bologna per morire del mio stilista. Ho sperimentato un vuoto denso e pieno di Dio.
E per rinascere e sopravvivere quell’ armadio l’ ho svuotato.
Ho abbracciato il minimalismo nella necessità di quel momento. Ed io che oggi ripudio i rapporti nati dal “bisogno”, devo ammettere che questo è il rapporto con il mondo, più sano che potessi avere: sobrietà, ecologia, qualità, ricerca ed intelligenza.
Questa rinascita, questo lifestyle assorbente, mi ha fatto rileggere i miei studi antropologici come i miei più grandi benefattori.
Saper comprare, saper vendere è frutto di intelligenza, ma se c’è una cosa che devo all’ antropologia è il lusso dell’ interpretazione e l’ interpretazione è passe-partout di strategie di ogni tipo, di mercato, come di sopravvivenza.
L’ interpretazione è critica e la critica è il mio mestiere. Potrei parlare della mia penna mujii per almeno 20 minuti, mi accompagna dal 2020 e l’ho acquistata a 2,50€ e ne acquisto le ricariche regolarmente.
Ho una sola penna, non ne occorrono due, anche se ho la peculiare caratteristica di usare bene anche la mano sinistra, sebbene non sia mancina. Così nel tempo in cui il mio telefono faceva strane cose, perché proprio come me, esistono persone che fanno due cose contemporaneamente, con commistioni più suggestive della mia, come hacking e sartoria.
Rileggevo anni di conversazioni, email e notavo che negli incontri sincronici della mia vita (per dirla come la direbbe il mio maestro Carl Gustav, praticamente un padre) le persone cercavano da me opinioni.
Che si trattasse per ragioni legate alle criticità legate alla pratica della infibulazione, o quando ricorrevano ragionevoli dubbi su quale fosse il miglior orientamento psicoterapeutico per quell’ amico, quella collega, quell’ amante, insomma… ero lì sempre all’ opera del discernimento, armata di quell’ interpretazione che mi decodificava di default l’ esistenza umana.
Tuttavia le opinioni richieste, ascrivibili a scelte legate alla vita accademica o alle vite private di amici e conoscenti, con cui avevi scambiato nottate dense di chiacchiere sotto i portici bolognesi di Mascarella, erano variabili circoscritte a quelle vite. A scapito di quelle variabili però, che conservo gelosamente nelle mie memorie, c’era una costante.
Costante decentralizzata, svincolata, oserei dire libera ma ossessiva, per le modalità cicliche con cui si ripeteva. Il quesito amletico che solo sul mio iPhone compare 48 volte è il seguente “Cosa mi metto?”.
E se di fronte a dottorandi, amici che ce l’avevano fatta, professori che mi riproponevano feedback interessati ed interessanti sulla mia scrittura, mi sentivo sempre e comunque quella senza laurea, quella senza status, per cui senza bisogno alcuno, mi rimettevo sugli stessi libri e consumavo i motori di ricerca, per formulare risposte alla loro altezza, perché io non mi sentivo abbastanza. Alla domanda compulsiva e ricorrente di cui vi raccontavo, la risposta era scevra da insicurezze, ruminazione o qualsivoglia elucubrazione intellettuale, al contrario, era immediata, semplice, perché per me vestirsi è semplice che è diverso dall’essere banale.
Quelle risposte, quei consigli, quelle critiche naturali e fulminee erano piene di me, me, che come un cane sciolto, non ho padroni, nè status, ho solo un’ attitudine (ad un primo sguardo naturale) per cui da brava edonista, riassumo il mio talento nel gusto, che come ogni cosa che mi riguarda, è semplice, sobrio che è diverso dall’essere povero.
Ed il gusto di cui mi vanto accontenta tutti o meglio, chi ha il coraggio di chiedere la mia opinione. La mia più grande virtù in questa pratica divinatoria che tanto nel “consiglio” quanto nella vita è la sincerità e questo sentimento virtuoso che riservo al mio prossimo, ha una potenza che può destabilizzare, ma che alla fine destabilizza solo chi è abituato ad agire ed interagire in maniera poco retta.
La sincerità è arrivata tardi, dopo che le bugie che mi consentivano di resistere in quella sartoria che in era quell’ appartamento (sartoria che di appartamenti in dodici anni ne aveva cambiati parecchi) mi avevano quasi uccisa.
Nonostante la mia condotta morale nel lavoro di qualsiasi natura, sono estremamente competitiva e non ditemi che la competizione è sana, solo la collaborazione lo è!
Però la mia competizione io amo definirla leale, amo le sfide pulite, che culminano con una stretta di mano.
Mai accettato compromessi, troppo donna per farmi mantenere da un uomo, talmente mal vestita dal mio sarto povero di anima, che alla fine gli uomini li ho mantenuti.
Se mi chiedessero qual’ è il segreto della bellezza direi semplicemente la semplicità. Se mi chiedessero il segreto dell’eleganza risponderei che ne contemplo il mistero. Sebbene mi venga più che immediato e doveroso citare la celebre intervista a Valentino, citarne la dicotomica domanda “Stile ed eleganza, lei pensa di averle entrambe?”.Bene… penso che il mistero che contemplo, quello dell’ eleganza, si sveli, nella sua esitazione, l’esitazione di un paio di secondi interminabili, di Valentino che si interroga sulla sua possibile eleganza.
Quando parlavo di attitudine, talento, naturale, riferendomi al gusto estetico, mi risulta per “onestà intellettuale”, opportuno interrogarmi su quanto abbia influito una delle mille vite di mio padre.
Correva l’ anno 2006 e mio padre ci consegnò un invito, in una busta color pastello, sfumature di azzurro carta da zucchero, che ricordo distintamente per la ricercatezza della carta. L’ invito era per una sfilata che aveva curato personalmente insieme ad uno stilista romano. Quegli inviti arrivarono per i tre anni successivi. E noi che eravamo la sua famiglia, venivamo invitati come degli sconosciuti. Però quei colori, quei tessuti, quelle musiche e quell’ atmosfera, accompagnata ai misteri di mio padre, credo che in qualche misura abbiano influito.
Oltre l’ eredità artistica da mio papà ho ricevuto un’altra eredità, indesiderata ed indesiderabile, ovvero un complesso di Elettra non risolto e quella coazione a ripetere che mi ha quasi ammazzata. Così dai diciotto anni ai trenta ho perpetrato nella scelta dell’uomo sbagliato quotidianamente. Resistendo, che è ben diverso dal subire, alla violenza economica e psicologica, a tratti fisica di un ometto “misterioso e sconosciuto” che di lavori ne faceva tre: il sarto, l’haker e l’ attore(sembra una metafora quella del teatro, ma non lo è, è solo il suo mestiere, un passaggio anche questo suggestivo e molto freudiano).
A lui riconduco un’immagine mitologica evocativa, di un giovane che si specchia nell’acqua e l’epilogo di quel riflesso che collassa su sé stesso.
Diciamo che al mito di Narciso oggi prediligo quello di Medusa, archetipo distillato del femminile, ma non solo…emblema del marchio di Gianni Versace. Immagine che riassume, sintetizza nel barocco e anche nella sua “degenerazione” bondage l’ eccellenza made in Italy.
Prodigio che non si limita ad esprimersi nel vestito, ma supera sé stesso in quella vervè personologica dello stilista, che non produce ma crea, del bagatto che non vende ma restituisce.
Parla di questo esplicitamente, la sua amicizia con Lady Diana. Quanti scatti nelle nostre memorie, nei tabloid, di una donna in rinascita, di cui la firma Versace ne è testimone.
La rinascita dagli amori distrutti e distruttivi, come ogni lutto, si esprime sempre attraverso un cambiamento estetico violento che milita dall’ acconciatura al vestito. Per cui stili rinnovati o ritrovati, parlano eloquentemente di dove sti sta andando. Cambiamenti che come ogni mutamento di stato e forma, si esprimono qui e “altrove” come veri e propri rituali di passaggio.
Proprio come me, anche la D. ha ricominciato dal suo armadio. Diciamo che in fatto di amicizie la Lady ebbe decisamente più fortuna, ma credo che proprio come me, anche lei trovò la sua migliore amica in sè stessa.
E sebbene divorzi logoranti, relazioni umane che di umano hanno solo la natura egoica, società e famiglie disfunzionali plasmino credenze assurde, secondo cui l’ amore debba essere pathos e strazio, altrimenti non c’è eros e non c’è storia da raccontare. Ad oggi, io che padroni non ne ho, alle credenze ho sostituito una granitica certezza che la persona giusta è quella che ti guarda negl’ occhi e ti dice la verità e anche qui, come nelle mie lapidarie intuizioni al “cosa mi metto?”, non c’è ricerca o speranza, solo il mistero dell’ esistenza di un atto di riconoscimento spirituale in un altro essere umano. Mistero che ultimamente risulta essere meno misterioso e per cui la contemplazione risulta alterata dalla mia distrazione che il mistero che si svela produce, per cui ho smesso di cercare verità assolute. E ho ricominciato a vivere.
E sto qui, proprio come la Santa Teresa, sebbene a sua differenza io abbia nei miei tratti la fallibile genetica umana di mia madre e mio padre… e a proposito di lei di cui non ho detto nulla, il suo tratto più peculiare, quello di mia madre intendo, è che non si sa vestire minimamente e non accetta consiglio alcuno dalla sottoscritta, perché troppo orgogliosa, troppo matta, troppo madre e troppo donna da voler aver sempre l’ ultima parola!
Dicevo che sono qui proprio come la mia Santa, ma a sua differenza non sono stata toccata dalla mano divina del Bernini, sono solo bella come un’umana compassionevole e posso assicurarvi che sono diventata così bella, da quando ho capito che bella lo sono davvero.
Una mattina mi sono svegliata ed ero diversa, ero felice e la felicità cari miei a trent’anni ancora (per poco) compete con il botox.
E da semidea ho capito che perdersi negl’ occhi di un uomo è un mistero che si sta svelando mentre perdersi negl’ occhi di Dio è ormai abitudine, certezza, casa, perché quando sono lì attonita e ci guardiamo, mi dice solo verità e anche io ho smesso di mentirgli.E alla fine della fine ho capito che Dio non era un amante geloso e non mi avrebbe di certo punita se avessi amato anche un uomo oltre a lui, con il cuore e con la carne, perché la gelosia non è il suo mestiere e oggi nemmeno il mio.
Ed è così, che come in un nastro di Moebius si conclude questa storia, un po’ come tutte le puntate della mia vita.Però come Marzullo mi faccio una domanda, anzi la faccio a voi e mi do una risposta, come la consuetudine vuole.
“Se aveste avuto solo 6 borse e un paio di scarpe da cui ripartire, ce l’avreste fatta?”
“Io si!”.
E se mi chiedessero di raccontare la mia storia dalla genesi inizierei così: “Sono nata da un armadio”.

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